
La competizione, ospitata negli spazi della Fiera del Levante, ha riunito alcuni tra i più interessanti interpreti del gelato italiano contemporaneo. Sul podio, accanto alla vincitrice, salgono Marco Bettini, della gelateria La Veneta, al secondo posto, e Maria Antonietta Salamida, della Cremeria Gelateria Un Posto Felice, che conquista la terza posizione. La sfida: il gelato all’olio extravergine d’oliva Tema tecnico dell’edizione 2026 è stato uno degli ingredienti simbolo della dieta mediterranea: l’olio extravergine d’oliva. I partecipanti si sono confrontati nella creazione di un gelato capace di valorizzare questa materia prima complessa, puntando su equilibrio aromatico, struttura e pulizia gustativa. Una prova non scontata, che richiede grande sensibilità nella bilanciatura delle ricette. L’olio extravergine, infatti, se ben dosato, dona rotondità e note vegetali eleganti, contribuendo a una texture particolarmente cremosa. Un palcoscenico nazionale per la gelateria Il concorso rappresenta uno dei momenti più attesi della manifestazione, punto di riferimento nel Sud Italia per i professionisti dei settori food & beverage. Levante PROF riunisce infatti operatori della panificazione, pasticceria, gelateria, pizzeria, ristorazione e hotellerie, trasformando Bari in un hub di confronto tecnico e creativo. I primi dieci classificati del Trofeo PuntoIT entreranno inoltre nella classifica ufficiale valida per la Coppa Italia di Gelateria 2026, rafforzando il valore della competizione come tappa significativa nel panorama della gelateria professionale. Innovazione e identità territoriale A valutare le creazioni una giuria di esperti del settore, tra cui Claudio Pica, vicepresidente vicario Fiepet Confesercenti, e Claudio Bove, presidente Associazione Italiana Gelatieri Puglia. Il messaggio emerso dalla competizione è chiaro: la gelateria artigianale italiana continua a evolversi senza perdere il legame con le materie prime identitarie dei territori. L’olio extravergine d’oliva, protagonista della prova, si conferma così un ingrediente capace di dialogare con il linguaggio contemporaneo del gelato. Un segnale di vitalità per un comparto che, tra tecnica e creatività, resta uno dei simboli più riconoscibili del made in Italy gastronomico.

La redazione de La Gazzetta del Food accoglie un nuovo protagonista della cucina italiana: lo chef Domenico Ruggeri, cuoco molisano che da anni lavora per valorizzare la tradizione gastronomica della sua terra con uno sguardo contemporaneo. Da oggi Ruggeri firmerà una rubrica dedicata alla cucina, alle tecniche professionali e ai prodotti del territorio, portando ai lettori un racconto autentico del patrimonio culinario italiano. Originario di Campobasso e oggi attivo a Termoli, Ruggeri rappresenta una delle figure più dinamiche della nuova generazione di cuochi impegnati nella promozione della cucina regionale. La sua carriera inizia molto presto: a soli 14 anni frequenta l’Istituto Alberghiero di Roccaraso, affiancando agli studi le prime esperienze professionali in hotel e ristoranti. Negli anni la formazione si arricchisce con percorsi di alto livello: dall’Accademia Italiana di Cucina Molecolare di Milano all’Università dei Sapori di Perugia, fino al master professionale del Gambero Rosso a Roma. Tra le esperienze formative più significative anche gli aggiornamenti presso la scuola dello chef Niko Romito, uno dei protagonisti dell’alta cucina italiana contemporanea. Oggi Ruggeri è chef e proprietario del ristorante Mari e Monti, locale che negli anni è diventato un punto di riferimento gastronomico sulla costa molisana, grazie a una proposta che coniuga identità territoriale e ricerca tecnica. Il suo percorso professionale è segnato anche da importanti risultati nelle competizioni culinarie. Nel 2024 ha conquistato il primo posto ai Campionati Italiani della Cucina, competizione organizzata dalla Federazione Italiana Cuochi, nella categoria “piatto caldo senior”, presentando una creazione ispirata alla tradizione molisana reinterpretata in chiave moderna. L’anno successivo ha contribuito alla vittoria dell’Italia alle Olimpiadi della cucina insieme alla Associazione Italiana Cuochi, portando ancora una volta i sapori del Molise sulla scena internazionale. La sua attività non si limita alla cucina del ristorante. Ruggeri è infatti impegnato nella promozione della gastronomia italiana attraverso eventi, consulenze e collaborazioni internazionali che lo hanno portato a lavorare e presentare la cucina molisana in diversi Paesi europei e africani. Parallelamente ha partecipato a numerosi programmi televisivi dedicati alla cucina, tra cui Cuochi d’Italia condotto da Alessandro Borghese, La prova del cuoco con Antonella Clerici e Cuochi e dintorni di Francesca Barberini. Più recentemente ha preso parte anche al format televisivo Il Miglior Chef Italia su Julius Plus. Oggi Ruggeri ricopre inoltre il ruolo di presidente nazionale della World Team Cuochi Italia, nuova associazione nata con l’obiettivo di valorizzare il talento dei professionisti della cucina italiana e promuovere la cultura gastronomica nel mondo. Con la sua nuova rubrica su La Gazzetta del Food, lo chef porterà ai lettori ricette, tecniche professionali, storie di territorio e approfondimenti sui prodotti italiani, offrendo uno sguardo diretto sulla cucina contemporanea che nasce dall’incontro tra tradizione e innovazione. Un viaggio gastronomico che parte dal Molise ma guarda lontano, con l’ambizione di raccontare — piatto dopo piatto — l’identità autentica della cucina italiana..

Dal 12 al 15 marzo 2026, il cuore della città si trasformerà in un vero e proprio paradiso per chi vuole scoprire le ultime tendenze del cioccolato artigianale e gustare prelibatezze uniche. L’evento, giunto alla sua nuova edizione, propone un percorso sensoriale tra degustazioni guidate, laboratori per adulti e bambini e incontri con maestri cioccolatieri provenienti da tutta Italia. Non mancheranno momenti di approfondimento sulle tecniche di lavorazione, sulle materie prime di qualità e sulle innovazioni che stanno ridefinendo il mondo del cioccolato. Oltre al piacere del gusto, Ciokoflò offre uno sguardo sull’arte e la creatività legata al cioccolato: sculture commestibili, installazioni artistiche e performance dal vivo trasformeranno il festival in un’esperienza immersiva per tutta la famiglia. Per gli appassionati della cucina, il festival rappresenta anche un’occasione unica per scoprire nuovi prodotti gourmet e incontrare produttori locali, valorizzando la filiera corta e le eccellenze italiane. L’ingresso è libero, con alcune attività a numero chiuso e prenotazione consigliata, e sarà possibile acquistare direttamente le creazioni dei maestri cioccolatieri, portando a casa un pezzo di dolcezza fiorentina. Con Ciokoflò, Firenze conferma il suo ruolo di capitale non solo dell’arte e della cultura, ma anche del gusto, celebrando il cioccolato in tutte le sue forme: dal classico fondente alle sperimentazioni più audaci.

Non è una semplice zuppa: è l’anima di Napoli servita in un piatto. La scarola con i fagioli nasce dalla cucina di necessità campana, dove la terra offriva il minimo indispensabile ma il gusto non conosceva confini. Nei vicoli e nelle campagne, contadini e venditori ambulanti trasformavano pochi centesimi in un pasto completo, caldo e rinvigorente. Un simbolo di come l’umiltà possa diventare eccellenza. Il segreto della pignata La magia avviene nella pignata, il vaso di terracotta che distribuisce il calore dolcemente e fonde sapori e profumi. Ma il vero tocco personale lo dà l’autrice: alla fine della cottura, un mix di formaggi stagionati e un pizzico di peperoncino fresco esalta i legumi e la scarola, restituendo profondità e carattere al piatto, un richiamo ai banchetti di un tempo. Nutrizione e bontà Non lasciatevi ingannare dalla semplicità: la scarola è una miniera di vitamine K e A e di potassio, i fagioli offrono proteine e fibre, e l’olio extra vergine lega tutto in un filo d’oro. Ingredienti freschi e di qualità sono la vera ricchezza di questa ricetta povera ma nobile. La scarpetta, rito napoletano Non c’è conclusione senza scarpetta. Pane croccante, olio extravergine e quella crema densa sul fondo del piatto diventano un gesto identitario, un piccolo atto di resistenza culturale che trasforma un pasto in storia. Piatto unico e avvolgente, perfetto per le domeniche invernali, la scarola con i fagioli è più di una ricetta: è un pezzo di Napoli da assaporare, un ponte tra passato e presente, tra necessità e piacere.

Questo dessert è un viaggio: dalle radici pugliesi alla vetta dei sogni professionali, dalle curve della vita agli ostacoli superati, tutto racchiuso in una forma cilindrica sinuosa, realizzata su misura da un artigiano. Ogni curva dello stampo è una metafora del percorso che ognuno di noi affronta per raggiungere i propri obiettivi. La struttura del dolce gioca su contrasti di consistenze e sapori: il biscuit all’olio d’oliva e mandorle profuma di Mediterraneo, la mousse al cioccolato bianco e vaniglia avvolge un cuore di pralinato alle mandorle, mentre il sorbetto alle more dona freschezza e acidità, bilanciando la dolcezza. Il Biscuit all’olio d’oliva e mandorle Ingredienti 450 g olio d’oliva 320 g zucchero semolato 3 uova medie 600 g farina di riso 200 g farina di mandorle 5 g sale Raschiatura di 1 limone biologico Procedimento In planetaria, lavorare olio, sale e zucchero fino a ottenere un composto spumoso. Aggiungere le uova una alla volta, continuando a emulsionare. Incorporare delicatamente farine e scorza di limone con una spatola. Versare in teglia con carta forno e cuocere a 160°C per 20 minuti circa. Consiglio dello chef: Per un profumo più intenso, utilizzare olio extravergine fruttato leggero e mandorle appena tostate. La Mousse al cioccolato bianco e vaniglia Ingredienti 270 g cioccolato bianco 150 g panna 1 bacca di vaniglia 12 g gelatina in fogli 170 g albumi pastorizzati 110 g zucchero semolato 550 g panna montata Procedimento Portare la panna e la vaniglia a 80°C, versarla sul cioccolato bianco. Aggiungere la gelatina reidratata e mescolare fino a ottenere una crema liscia. Montare albumi e zucchero a meringa morbida, incorporare alla crema. Unire delicatamente la panna montata. Nota tecnica: La temperatura della panna è cruciale per non cristallizzare il cioccolato e ottenere una mousse setosa. Il Pralinato di mandorle Ingredienti 250 g zucchero semolato 60 g acqua 500 g mandorle tostate Procedimento Cuocere zucchero e acqua fino a 121°C. Aggiungere le mandorle, mescolare fino a caramellizzazione completa. Far raffreddare e frullare fino a ottenere una pasta liscia. Suggerimento: Frullare con attenzione per evitare che il calore residuo renda la pasta troppo liquida. Sorbetto alle more Ingredienti 100 g acqua 100 g zucchero semolato 50 g glucosio 3 g stabilizzante neutro 400 g more Procedimento Preparare sciroppo con acqua, zucchero, glucosio e stabilizzante. Aggiungere le more frullate e pacossare con Pacojet all’occorrenza. Idea dello chef: Servire il sorbetto come quenelle accanto al dolce per un contrasto cromatico e di temperatura. Assemblaggio finale Nello stampo scelto, porre uno strato di biscuit all’olio d’oliva e mandorle. Colare mousse al cioccolato bianco e vaniglia, inserire il pralinato di mandorle al centro. Chiudere con altra mousse, congelare a -18°C. Sformare, vellutare con spray al cioccolato bianco e servire con sorbetto alle more. Ogni fetta è un racconto di radici, crescita e sogni: un dessert che unisce tecnica e poesia, tradizione mediterranea e pasticceria contemporanea.

L’offerta formativa del primo semestre si sviluppa attraverso percorsi disponibili sia in presenza sia online, confermando una visione moderna e accessibile della didattica per il settore della pizza. L’obiettivo è chiaro: accompagnare professionisti e appassionati in un percorso di crescita tecnica e imprenditoriale, capace di rispondere alle esigenze di un mercato sempre più competitivo e internazionale. Dai pizzaioli già avviati agli artigiani del gusto, fino a chi desidera trasformare la propria passione in una professione o semplicemente coltivarla a casa, i cosiddetti #pizzalovers. Il programma 2026 propone un modello didattico strutturato che unisce teoria, pratica e visione strategica. Cuore del progetto formativo è il Metodo Certified Quality DOC, lo standard didattico sviluppato dall’Accademia per garantire uniformità qualitativa, rigore tecnico e aggiornamento continuo. Ogni corso è guidato da maestri pizzaioli certificati e affronta in modo approfondito le principali aree della professione: dallo studio degli impasti alla conoscenza delle materie prime, dalle tecniche di panificazione tradizionali alle metodologie contemporanee, fino agli aspetti organizzativi e gestionali del lavoro in pizzeria. Accanto alla dimensione formativa, negli anni l’Accademia ha sviluppato anche una forte identità comunitaria. Uno dei simboli più rappresentativi di questo legame è il tatuaggio Pizza DOC, che raffigura il logo dell’Accademia e viene spesso realizzato sulla caviglia. Oggi più di 80 persone, tra istruttori, pizzaioli e partecipanti ai corsi provenienti anche dall’estero, lo portano sulla pelle come testimonianza del percorso vissuto all’interno dell’Accademia. La tradizione è nata quasi spontaneamente: il primo a tatuarsi il logo è stato l’istruttore e pizzaiolo Nello Di Sevo, che ha scelto di imprimere sulla propria caviglia il simbolo dell’esperienza formativa che lo aveva profondamente segnato. Da quel momento il gesto è diventato, per molti, un rito simbolico, una dichiarazione di appartenenza alla cosiddetta “famiglia DOC”. Durante il 10° e l’11° Campionato Mondiale Pizza DOC, questa tradizione si è trasformata in una vera iniziativa collettiva: all’interno dell’evento è stato allestito uno spazio dedicato dove i partecipanti hanno potuto tatuarsi gratuitamente il logo, rafforzando ulteriormente il senso di comunità. Per approfondire la visione che guida il progetto formativo dell’Accademia, abbiamo intervistato il fondatore e direttore. Intervista al Presidente Antonio Giaccoli Qual è la visione che ha guidato la costruzione del calendario formativo 2026? «La nostra idea è costruire un calendario sempre più orientato a formare il pizzaiolo professionista non solo sugli impasti, ma anche sulla gestione complessiva dell’attività: dalla scelta delle materie prime alla gestione degli scarti, dal food cost al marketing. L’obiettivo è creare un modello di formazione a 360 gradi, facilmente replicabile nelle diverse sedi dell’Accademia sparse nel mondo e durante le nostre missioni o consulenze all’estero. Quest’anno, infatti, il calendario si arricchisce di tappe internazionali tra Turchia, Spagna, Polonia, Germania, Ungheria, Portogallo, Svizzera, Brasile e altri Paesi del Sud America.» Quanto conta oggi, per un pizzaiolo professionista, investire nella formazione continua? «Bisogna partire da un concetto molto chiaro: il lavoro del pizzaiolo è una professione a tutti gli effetti. Così come un commercialista o un avvocato si aggiornano continuamente per restare al passo con i cambiamenti, anche chi lavora nel mondo della pizza deve farlo. Il mercato è in continua evoluzione e oggi le pizzerie stanno diventando sempre più vere e proprie esperienze gastronomiche. Le persone scelgono la pizzeria anche per vivere un percorso culinario strutturato che dialoga con la cucina. Senza basi formative solide è difficile stare al passo. Questo, per me, è il vero significato di evoluzione della tradizione: è il concetto stesso di pizza contemporanea.» La modalità online può garantire lo stesso livello qualitativo della formazione in presenza? «Può sembrare sorprendente, ma oggi abbiamo quasi più corsisti online e on demand che in presenza. Questo accade sia per una questione di mobilità sia perché il formato digitale offre una grande flessibilità. Chi segue i corsi può farlo quando vuole, rivedere le lezioni più volte e, nel caso delle sessioni live, interagire direttamente con i docenti. È un modello che permette di ampliare molto la platea dei partecipanti senza rinunciare alla qualità dei contenuti.» Come si sta evolvendo il mercato della pizza e quali competenze saranno determinanti nei prossimi anni? «Oggi chi sceglie questo mestiere deve essere consapevole di essere un professionista. Non basta saper fare un buon impasto: servono competenze di cucina, conoscenze di gestione, capacità di analizzare i costi e organizzare il lavoro. Questo vale sia per il pizzaiolo imprenditore sia per chi lavora come professionista all’interno di una struttura.» Che tipo di profilo trova maggiore beneficio nei vostri corsi: il professionista esperto o l’amatore che vuole iniziare? «I nostri corsi sono pensati per tutti: dal principiante che vuole diventare pizzaiolo, a chi lavora già nel settore e desidera aggiornarsi, fino a chi fa la pizza a casa per passione, i cosiddetti #pizzalovers.» Qual è il messaggio che desidera lanciare a chi è indeciso se intraprendere un percorso di formazione nel 2026? «Il nostro claim è “Formarsi per non fermarsi”. Il consiglio che diamo è semplice: puntare sempre sulla formazione, che sia con noi o con altre realtà. La formazione è il motore di tutto, in ogni campo professionale.» In un settore dove qualità, tecnica e identità professionale fanno la differenza, la formazione continua rappresenta uno strumento fondamentale per affrontare le sfide di un mercato sempre più dinamico e internazionale. Attraverso il calendario formativo 2026 e iniziative che rafforzano il senso di appartenenza della comunità dei pizzaioli, l’Accademia Nazionale Pizza DOC conferma il proprio ruolo come punto di riferimento per chi vuole trasformare la passione per la pizza in una professione consapevole, moderna e sempre in evoluzione. Link per info: www.campionatopizzadoc.it www.accademianazionalepizzadoc.it

La federazione ha organizzato dimostrazioni pratiche, approfondimenti e momenti di confronto con i professionisti del settore, con particolare attenzione alla produzione di focacce, crostate e altre specialità da forno. All’interno dello spazio espositivo FIPPA, i visitatori hanno potuto osservare il Museo delle Sculture di Pane, un angolo dedicato all’arte del pane come simbolo di cultura e creatività. Un altro spazio era riservato a interviste e colloqui con i panificatori, favorendo lo scambio di esperienze e competenze tra operatori. I prodotti esposti provenivano da tutta Italia, oltre che dalla Puglia e Basilicata. La referente eventi della federazione, Emma Prunella, si è detta soddisfatta dell’affluenza e della partecipazione, sottolineando come Levante PROF rappresenti un’occasione unica per valorizzare il lavoro artigianale dei panificatori italiani. Anche il vice presidente Leonardo Spadoni, proveniente da Roma, ha espresso grande apprezzamento per la manifestazione, confermando l’impegno della FIPPA nel promuovere qualità, innovazione e formazione. La missione della federazione, “Riportare tutti a casa”, come afferma Prunella, è finalizzata a rafforzare il legame tra produzione locale e comunità. Con la partecipazione a Levante PROF, la FIPPA conferma il suo ruolo di riferimento nel settore, promuovendo la professionalità degli operatori, la tutela delle tradizioni e l’innovazione delle tecniche di panificazione. L’evento ha offerto agli espositori l’opportunità di far conoscere le proprie eccellenze, creare network e aggiornarsi sulle tendenze più attuali del settore Ho.Re.Ca.

Figlio di Nunzio Scicchitano e di Assunta Pacifico, è cresciuto tra cucina e sala, respirando sin da bambino la cultura della tradizione gastronomica napoletana. Dal padre ha ereditato l’arte elegante e precisa di aprire ostriche e frutti di mare, gesto tecnico che nel tempo è diventato una vera firma scenica. Dalla madre ha appreso invece la passione per la cucina partenopea più autentica, fatta di rispetto per le materie prime, memoria e sapori intensi. Su queste solide basi nasce la sua visione imprenditoriale, che unisce tradizione e creatività. Dopo il grande successo della casa madre Scicchitano, diventata un punto di riferimento per la cucina di mare a Napoli, il ristoratore realizza oggi uno dei suoi sogni più importanti: l’apertura della seconda sede sul Lungomare di Napoli. Un luogo simbolico, dove il mare diventa parte integrante dell’esperienza gastronomica. Qui la tradizione marinara napoletana incontra tecniche contemporanee, presentazioni ricercate e una continua ricerca dell’eccellenza. Ogni piatto nasce dalla selezione delle migliori materie prime e da una cura meticolosa per il dettaglio, elementi che caratterizzano l’identità culinaria firmata Scicchitano. A rendere l’esperienza ancora più coinvolgente è la personalità dello stesso Giuseppe: esuberante, creativo e con una presenza quasi teatrale in sala, capace di trasformare ogni servizio in un vero racconto gastronomico. Ma le novità non finiscono qui. Parallelamente al nuovo progetto sul lungomare, Giuseppe Scicchitano inaugura anche una rubrica dedicata su La Gazzetta del Food, dove racconterà la sua visione della cucina di mare, condividendo storie, tecniche, curiosità e segreti del mestiere. Un nuovo capitolo che conferma il suo ruolo di imprenditore e innovatore della cucina di pesce, capace di trasformare la tradizione familiare in un progetto contemporaneo che continua a raccontare, con passione e creatività, l’anima gastronomica di Napoli.rce.

Incontro con Giovanna Voria: Ambasciatrice della Dieta Mediterranea e Custode della Cucina Contadina
Dalla cantina di ritrovo alla trattoria e infine al ristorante casereccio, ho respirato da sempre i profumi della tradizione: stoccafisso, baccalà, soffritto partenopeo, piatti di cacciagione e cotture allo spiedo, tutti accompagnati da calici di vino contadino. Crescendo, ho sentito l’esigenza di proseguire il mio percorso personale attraverso lo studio e la sperimentazione: cucina molecolare, sifone, impiattamento e nuove espressioni gastronomiche. Questo percorso mi ha portata naturalmente verso la cucina vegetale, una cucina che rispetta la materia prima e la natura, reinterpretando la tradizione con sensibilità contemporanea. È in questo contesto che ho incontrato Giovanna Voria, figura che da tempo rappresentava per me un punto di riferimento. Figlia di contadini di Cicerale, paese dei ceci nel cuore del Cilento, Voria cresce tra i campi e le cucine delle nonne, imparando a rispettare stagioni, terra e prodotti spontanei. Circa vent’anni fa fonda l’azienda agricola e agrituristica Corbella, dove sviluppa una cucina semplice, territoriale e autentica, fondata su legumi, erbe spontanee e prodotti locali. Il suo lavoro le ha portato riconoscimenti internazionali: dai grandi eventi italiani come la Mostra del Cinema di Venezia e i Mondiali di scherma di Catania, fino a città come New York, Venezuela e Brasile. Nel 2010, con la Dieta Mediterranea dichiarata Patrimonio Immateriale dell’Umanità, anche il cece di Cicerale ottiene il Presidio Slow Food grazie al recupero iniziato da Voria. Oggi è ambasciatrice del Cilento, della Dieta Mediterranea e del carciofo bianco di Auletta, portando avanti un instancabile lavoro di educazione alimentare. Il nostro incontro è nato quasi per caso, da un piatto che avevo replicato, affascinata dalla purezza della sua filosofia culinaria. Da quel primo confronto è nata una forte sintonia. Trascorrere una giornata nel suo agriturismo, tra preparazioni, erbe spontanee e racconti, è stata un’esperienza intensa. Due percorsi diversi, uniti dal profondo rispetto per la terra e ciò che essa offre, e da questa connessione nascerà presto un progetto comune, ancora segreto. La cucina diventa così non solo ricetta, ma incontro, visione, scambio. Ed è da figure come Giovanna Voria, ambasciatrice della Dieta Mediterranea, che nascono storie di bellezza autentica e condivisione.

L’8 marzo non nasce come un gesto galante né come un fragile omaggio floreale. La Giornata internazionale della donna affonda le sue radici nelle lotte sociali e politiche del primo Novecento, tra scioperi operai, rivendicazioni salariali e la richiesta, allora radicale, di diritti civili e partecipazione pubblica. Dalle proteste delle lavoratrici tessili di New York nel 1908 fino alle manifestazioni delle donne russe del 1917, questa data si è progressivamente affermata come simbolo di una mobilitazione globale: la richiesta di esistere pienamente nella società, oltre i confini della sfera domestica. In Italia, il simbolo di questa ricorrenza assume un volto preciso nel 1946, quando l’Unione Donne Italiane sceglie la mimosa come fiore rappresentativo della giornata. La proposta fu della giovane partigiana Teresa Mattei, che individuò in quel fiore spontaneo e resistente un segno accessibile a tutte. Diversamente dalle violette, diffuse in Francia ma costose e difficili da reperire nel dopoguerra, la mimosa cresceva libera, fioriva proprio nei giorni di marzo e poteva essere raccolta facilmente. Era, in altre parole, un simbolo popolare. Nei vicoli e nelle piazze del Mezzogiorno, quei piccoli grappoli dorati hanno assunto nel tempo un significato che supera il semplice gesto celebrativo. La mimosa è diventata memoria condivisa, eco di una stagione in cui la partecipazione femminile alla vita civile e politica stava ridefinendo gli equilibri della società italiana. Oggi l’8 marzo continua a trasformarsi, trovando nuove forme di espressione nella cultura e nella quotidianità. Anche il linguaggio della cucina, soprattutto nelle tradizioni mediterranee, diventa un territorio di racconto e identità. Il convivio smette di essere soltanto un gesto di cura domestica per assumere un valore simbolico più ampio: uno spazio di relazione, creatività e condivisione. In questo contesto la gastronomia può diventare metafora culturale. Si pensi alla reinterpretazione di un piatto di pasta fresca al profumo di limoni di Sicilia, completato da un tuorlo d’uovo sbriciolato che richiama i grappoli della mimosa. Un’immagine culinaria che restituisce il colore, la luce e l’energia associati a questa giornata, trasformando la tavola in un piccolo manifesto di memoria e contemporaneità. Celebrare l’8 marzo, oggi, significa proprio questo: riconoscere la storia delle conquiste femminili e continuare a raccontarla attraverso i linguaggi della cultura, della socialità e della tradizione. Non più soltanto la donna che prepara il banchetto, ma colei che ne definisce il significato sociale e simbolico. Come ricordava Teresa Mattei: «La mimosa era il fiore che i partigiani regalavano alle staffette. Mi ricordava la lotta in montagna e sapevo che poteva essere alla portata di tutte.»

In occasione della Festa della Donna, nella mia rubrica gastronomica realizzata in collaborazione con Pasta Valdoro, ho voluto proporre un piatto che unisce eleganza, stagionalità e simbolismo. Nascono così le Penne Rigate Mimosa, una ricetta di pasta di grano duro che richiama nei colori e nei sapori il fiore simbolo dell’8 marzo. Il giallo brillante del tuorlo d’uovo cotto e tritato ricorda i piccoli fiori della mimosa, mentre il verde degli asparagi e dei carciofi evoca la primavera che arriva. A completare il piatto ho scelto una delicata acqua di pomodoro, leggera e profumata, che dona freschezza e armonia senza coprire la delicatezza delle verdure. La scelta delle penne rigate di grano duro Pasta Valdoro valorizza il condimento grazie alla loro superficie rigata, capace di trattenere i sapori e creare un equilibrio perfetto tra pasta e ingredienti. Penne Rigate Mimosa con asparagi, carciofi, acqua di pomodoro e tuorlo tritato Ingredienti (per 4 persone) 320 g di penne rigate di grano duro Pasta Valdoro 2 tuorli d’uovo 6 asparagi verdi 2 carciofi freschi 3 pomodori maturi 1 spicchio d’aglio olio extravergine d’oliva q.b. sale q.b. pepe nero q.b. succo di limone q.b. prezzemolo fresco tritato (facoltativo) Procedimento 1. Preparazione dell’acqua di pomodoro Lavo e taglio i pomodori a pezzi. Li frullo con un pizzico di sale e poi filtro il composto con un colino fine o una garza. Lascio scolare naturalmente: ottengo così un liquido limpido e profumato, l’acqua di pomodoro, che utilizzerò per mantecare il piatto. 2. Cottura dei tuorli Cuocio le uova in acqua bollente per circa 9 minuti fino a ottenere uova sode. Le raffreddo, separo i tuorli e li trito finemente con un coltello oppure li passo al setaccio per ottenere una consistenza soffice che ricordi la mimosa. 3. Preparazione delle verdure Pulisco i carciofi eliminando le foglie esterne più dure e li taglio a spicchi sottili, immergendoli in acqua e limone per evitare l’ossidazione. Pulisco gli asparagi eliminando la parte più fibrosa del gambo e li taglio a rondelle, lasciando intere le punte. 4. Cottura del condimento In una padella capiente scaldo un filo di olio extravergine d’oliva con uno spicchio d’aglio. Aggiungo i carciofi e li faccio cuocere per qualche minuto. Unisco gli asparagi e proseguo la cottura mantenendo le verdure croccanti. Regolo di sale e pepe. 5. Cottura della pasta Cuocio le penne rigate Pasta Valdoro in abbondante acqua salata seguendo il tempo indicato sulla confezione. 6. Mantecatura Scolo la pasta al dente e la trasferisco nella padella con le verdure. Aggiungo qualche cucchiaio di acqua di pomodoro e manteco delicatamente per amalgamare i sapori. Impiattamento Dispongo la pasta nei piatti fondi, completo con una spolverata di tuorlo tritato — che ricorda visivamente i fiori di mimosa — e un filo di olio extravergine d’oliva a crudo. Se gradito, aggiungo una leggera nota di prezzemolo fresco. Questo piatto rappresenta per me l’incontro tra tradizione italiana e sensibilità contemporanea, dove ingredienti semplici e stagionali diventano un omaggio gastronomico alla Festa della Donna. Con la qualità della pasta di grano duro Pasta Valdoro e la mia creatività, la tavola si colora di primavera e di significato. “Questo piatto è dedicato a tutte le donne: alla loro forza, alla loro sensibilità e alla capacità di rendere il mondo ogni giorno più ricco di bellezza, proprio come i colori della primavera nel piatto.”

La quindicesima edizione di MasterChef Italia si chiude con un finale carico di tensione ed emozioni: a conquistare il titolo è Teo, che al termine di un duello serrato ha avuto la meglio su Carlotta. La proclamazione è arrivata davanti ai tre giudici storici del programma — Bruno Barbieri, Antonino Cannavacciuolo e Giorgio Locatelli — che hanno annunciato il vincitore tra gli applausi dello studio. Una finale seguita da milioni di spettatori L’ultimo appuntamento della stagione ha registrato 1,1 milioni di spettatori e il 5,7% di share, con oltre 2,2 milioni di contatti nei sette giorni, segnando il miglior risultato degli ultimi cinque anni per il cooking show di Sky Italia prodotto da Endemol Shine Italy. Il successo si è confermato anche sui social, dove la finale è stata il programma televisivo più commentato della giornata, con interazioni cresciute del 67% e l’hashtag ufficiale rimasto ai vertici dei trending topic per tutta la serata. I quattro finalisti A contendersi il titolo di quindicesimo MasterChef d’Italia erano Carlotta, Dounia, Matteo Rinaldi e Teo, protagonisti di un percorso intenso all’interno della cucina più famosa della televisione. La finale ha visto anche la partecipazione di un ospite d’eccezione: lo chef tristellato Norbert Niederkofler, protagonista della prima prova decisiva della serata. La Mystery Box firmata Niederkofler La puntata conclusiva si è aperta con una Mystery Box ispirata alla filosofia “Cook the Mountain” dello chef altoatesino. I concorrenti hanno dovuto replicare un piatto complesso a base di pesce gatto, con una preparazione che prevedeva salamoia, glassa con miele, prugne, aceto e soia, yogurt colato con kefir e olio di porri. Una prova tecnica e delicata che ha subito fatto emergere differenze importanti tra i concorrenti. Dounia è apparsa in difficoltà, confessando di essere andata in confusione durante la preparazione. Matteo Rinaldi ha convinto solo parzialmente i giudici, con un kefir ritenuto troppo invasivo. Carlotta ha presentato un piatto equilibrato ma con un olio di porri giudicato troppo leggero. Teo, invece, ha conquistato tutti con una cottura del pesce definita “eccellente”. Proprio grazie a questa performance, Teo ha ottenuto la prima casacca da finalista. Il duello finale: Carlotta contro Teo La tensione è salita fino all’ultimo momento quando in cucina sono rimasti solo Carlotta e Teo, protagonisti di un duello che ha tenuto il pubblico con il fiato sospeso. Dopo gli ultimi assaggi e il verdetto dei giudici, è arrivata la proclamazione: Teo è il vincitore di MasterChef Italia 15. Il premio Con la vittoria, Teo si aggiudica: 100mila euro in gettoni d’oro la pubblicazione del suo primo libro di ricette con Baldini+Castoldi l’accesso a un corso di alta formazione presso ALMA - La Scuola Internazionale di Cucina Italiana. Un traguardo importante che segna l’inizio di una nuova carriera nel mondo dell’alta cucina per il giovane concorrente brianzolo.








